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Nino Di Leone “Quel che non si fa più” Fumo, donne, whisky e swing

Prezzo di vendita: € 12,00
  • Descrizione

Un cd realizzato per gli amici da Nino Di Leone ­ pianista d’istinto e cantante “confidential” di non minore valenza, dilettante nel senso supremo: ama la musica e si diletta da sempre a praticarla ­ è servito a risvegliare ricordi peraltro mai sopiti. Ventotto brani raccolti sotto l’ammiccante titolo “Quel che non si fa più, donne, whisky e swing”, e fra i tanti alcuni che hanno caratterizzato un’epoca ormai lontana, ma certamente non dimenticata. Seguo per passione innanzitutto, e quindi per ragioni professionali, la vita musicale cittadina da tanti anni. Concerti ed opere hanno punteggiato gli anni (ormai non pochi) che mi sono lasciato alle spalle; ma questo non significa che non abbia gustato anche un altro aspetto della musica, anzi…Qualcuno a suo tempo se ne meravigliava, ma a ben guardare la meraviglia era forse più la mia difronte a questo atteggiamento. Nei miei gusti potevano ­ e possono ben convivere una sinfonia di Beethoven, ed una intrigante rumba o un insinuante slow. Nel disco di Di Leone ­ col quale collabora un’agguerrita compagine di buoni musicisti nostrani ­ fra gli altri appaiono brani come “Fumo negli occhi di Kern” o “Sweet and Lovely” di Arnheim e ­ anche per un recente riordino della massa di dischi (magari un po’ impolverati) che ho in casa ­ ho ritrovato “lp” e cassette di Ray Martin, che avevano accompagnato per anni le serate “danzanti” che la mia e le case dei miei amici ospitavano periodicamente, in un’epoca in cui discoteche e locali consimili era ancora di là da venire.

Canzoni “belle”, come oggi non si usano più (forse, anche perché i gusti dei fruitori cambiano), ma ­ e ripeterò ancora una volta il pensiero di Nino Rota: “meglio una bella canzone che una brutta sinfonia” ­ sicuramente non le sole. In molti casi erano legate anche a registrazioni di esemplare efficacia, con orchestrem anche italiane di discutibile livello. Chi ­ mio coetaneo o meno ­ potrà mai dimenticare “Harlem notturno” dell’orchestra Angelini? Ed a questo brano, con un sassofono di strepitosa bravura, nelle serate casalinghe se ne aggiungevano non pochi altri. Erano gli anni ’50 e la musica latino-americana regnava nei gusti dei giovani. Grazie anche al cinema, Xavier Cugat ­ col chihuahua nel taschino del tuxedo bianco ­ trascinava nei vortici della danza: rumba, mambo ed altre danze più o meno correttamente eseguite non mancavano mai. Fra i miei ricordi “Mambo jambo”, “Jungle Rumba” (non dimenticherò mai di questo brano anche un’esecuzione del pianista Carmen Cavallaro, che la suonava nel film “L’ora, la ragazza ed il luogo” con una gran coda di cristallo!). E poi ancora, sempre di Cugat “Bolero” (che Abbie Lane pronunciava “balerù”). Nessuno, all’epoca sapeva tuttavia che prima di passare con tanto successo alla musica da ballo Cugat era stato giovanissimo, il primo violino dell’orchestra sinfonica dell’Havana. Ma altri brani in altrettante fortunate registrazioni caratterizzavano le serate. Ricordo bene ancora “Gloria” dei Mills Brothers, i numerosi dischi di Harry James ­ fra gli altri “Oh mein papà” ­ o ,per tornare nel campo della musica latino-americana “Jamaican rumba” eseguita dall’orchestra di Percy Faith. Brano, quest’ultimo, val la pena ricordarlo che anche il grande Jascha Heifetz eseguiva col suo magico violino insieme a tanti altri pezzi popolari anche al di fuori delle sale da concerto: uno era l’ “Hora staccato” di Dinicu.

L’orchestra di Percy Faith era una delle più note all’epoca e ritengo che, giocando sull’assonanza, una cantante italiana di musica leggera avesse adottato come nome da battaglia quello di Lilly Persifati! E come dimenticare poi i brani di Ernesto Lecuona? Era diventato celebre fuori dalla sua terra con il gruppo dei Leucona’s Cuban Boys, da noi grazie anche agli arrangiamenti pianistici di Luciano Sangiorgi, “Andalusia” o “Malaguena” erano seguitissimi. Solo molti anni dopo, un cd inglese ha fatto capire che questi come tanti altri pezzi realizzati da Leucona erano nati non come musica leggera, difatti li ha registrati un pianista “accademico” (fra l’altro c’è anche un brano per pianoforte ed orchestra). L’elenco potrebbe continuare molto ancora. Ricorderò solo il successo di un 78 giri di Frank Sinatra che recava su una facciata “Old Man River” e sull’altra “Stormy Weather”: era addirittura un 78 da 30 cm. Come si usava per la musica accademica; giunse poco dopo la risposta italiana: Teddy Reno (al secolo Ferruccio Ricordi), che si proponeva come il “Sinatra italiano” registrò un disco con lo accoppiamento.

Nicola Sbisà

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