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Guido Di Leone 7tet “Sax Line”

Guido Di Leone (guitar)
Barend Middelhoff (tenor sax)
Daniele Scannapieco (tenor sax)
Gaetano Partipilo (alto sax)
Rossano Emili (baritone sax)
Paolo Benedettini (double-bass)
Alessandro Minetto (drums)
All compositions by Guido Di Leone
Arrangements by Luigi Giannatempo
Contemporary Jazz – Four CD CO403 (2009)

Prezzo di vendita: € 12,00
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In occasione della nuova release “Sax Line” mi accingo ad intervistare Guido Di Leone, leader del quartetto che, con l’aggiunta di un collettivo di sassofoni, ha portato all’apogeo lo spirito interpretativo della band con il suo stile inconfondibile fra Bop e Cool, senza mai abbandonare l’importanza della tradizione Swing.
Qual è l’idea alla base del progetto “Sax Line” e da dove nasce l’esigenza di ampliare il collaudato organico ritmico del tuo quartetto con altri tre sassofoni? Ricordiamo che in precedenza hai registrato con l’Ottonando Brass Ensemble il disco “Isole”, un’altra band composta dal trio più cinque ottoni. Più che un’esigenza è stato un desiderio quasi inconscio e dunque lo vedo empiricamente come un progetto a sé. L’idea nasce dallo stile, poiché particolarmente legato ai musicisti che vi hanno preso parte ed al loro sound. Non è stata un’esigenza impellente di estendere il quartetto dunque, ma una volontà di ottenere a posteriori un sound più omogeneo con la scelta di un collettivo che amplifica le possibilità sia nella scrittura che nell’arrangiamento. Appunto come già accaduto in passato con miei precedenti dischi dagli organici ‘allargati’. (“Isole” e “Seven Come Eleven”, orchestra con nove chitarre Ndr.)
Quale è stato il criterio di scelta dei sassofonisti Partipilo – Scannapieco – Emili che si aggiungono al già presente Middelhoff, a parte la profonda amicizia e stima che vi lega?
Sicuramente oltre alle indiscutibili capacità tecniche di ognuno, la mia scelta ha tenuto conto delle diversità timbriche e dell’approccio fraseologico, necessarie soprattutto per quanto riguarda i due sax tenori. Riassumono inoltre tutte le peculiarità stilistiche dei grandi sassofonisti jazz, dal cool all’hard bop.
Che atmosfera e che tipo di intesa siete riusciti a creare durante la sessione di registrazione per ottenere l’ottimo groove e il sound fresco ed originale che si evince all’ascolto del disco?
Io credo che un disco debba anche essere frutto della spontaneità di un momento, uno stato d’animo. I musicisti hanno ricevuto gli spartiti solo durante la registrazione e dunque hanno dimostrato tutta la loro consapevolezza nel leggere ed assimilare il materiale, registrato oltretutto in sole cinque ore di una sessione! C’è da aggiungere inoltre che alcuni di loro non si conoscevano e l’umiltà e la simpatia, nonché la pacatezza di alcuni e l’esuberanza di altri, hanno creato un’armonia intensa e piacevole in sala d’incisione.
Nei precedenti album con il Guido Di Leone Quartet, tue composizioni originali si affiancavano a reinterpetazioni di celebri standards. Qui invece come nei tuoi precedenti album “Scherzo” e “Duets”, trovano spazio solo composizioni originali. Come è avvenuta tale scelta?
Amo gli standards, in particolar modo le songs, ma altrettanto mi piace suonare mie composizioni, magari rispolverare e reinterpretare vecchi brani, che non suonavo da tempo, ai quali sono particolarmente legato. Tuttavia la sostanza dei brani non cambia, il carattere di fondo è lo stesso. E’ stata piuttosto l’idea di riproporre in veste nuova, con una sonorità diversa, ciò che avevo sempre suonato esclusivamente in piccole formazioni. Il collettivo è l’unica maniera che ho avuto per esprimere il tutto senza ripetermi.
I brani sono arrangiati da Luigi Giannatempo uno dei più interessanti arrangiatori del panorama jazz (e non solo) italiano. La scelta non è del tutto casuale, avevi già lavorato con lui se non erro. Premessa un’affinità di gusti che è la forza di coesione del nostro rapporto, Luigi rispetta il volere del compositore a tal punto da rispettare la struttura del brano, venendo incontro ai desideri del musicista, rispettandolo ed immergendosi nelle reali intenzioni della composizione.
Qual è stato il vostro metodo di lavoro e che tipo di intesa si è dovuta creare affinché l’arrangiatore non invadesse il campo del compositore e viceversa?
Io attuo una stesura primaria del brano, con le direttive sull’aspetto che gradirei il brano assumesse dal punto di vista strutturale, distribuzione delle parti, armonia, scelta dei solisti, intro, coda e background. Dopodiché Luigi subentra a livello di orchestrazione, seguendo le linee generali di tendenza da me indicate. La maggior parte dei brani sono vecchie conoscenze per i tuoi ascoltatori più affezionati, come la magnifica Soft Blow o Rafting (composta subito dopo una reale e adrenalinica discesa fra i torrenti delle alpi francesi). Per l’occasione invece hai composto due tracce: “Half Step & Whole Step” e “King Dorian”, uno scherzoso gioco di parole affine al ‘Re Dorico’, secondo modo della scala maggiore di Do. I due nuovi brani, che hanno un intento modale, sono stati composti perché in passato, ai tempi di “Scherzo”, prediligevo le situazioni ‘open’. Ultimamente invece avevo tralasciato questo aspetto compositivo che ora sto riscoprendo e con questa formazione ho pensato di poter riuscire al meglio in questo scopo. Consapevole che le tue composizioni non sono un fatto meramente meccanico, ma continue ispirazioni, che riferimenti possiamo leggere fra le righe dei brani?
Molti brani sono dedicati, in modo intrinseco, a prescindere dallo stile in cui vengono composti. Altre volte invece sono brani ispirati al musicista in questione. E’ il caso di “Soft Blow” dedicato a Stan Getz o “Mingus” che si palesa già dal titolo. Altrove poi i brani poi sono caratterizzati da altre esperienze e scelte puramente razionali, non necessariamente derivate da un punto di riferimento preciso. A proposito di dediche e ispirazioni, probabilmente la più riuscita in questo album è “Mingus”. L’avevo già inciso in Duets con Ira Coleman. In questo disco, grazie all’aiuto dell’arrangiatore, ho cercato di enfatizzarne le caratteristiche compositivo-esecutive tipiche. Probabilmente è stato davvero uno dei motivi scatenanti per la formazione di un collettivo, grazie al quale ho potuto ricreare, spero, lo stile tipico mingusiano per questo brano. Un’ultima riflessione: è stato davvero fondamentale, come si evince dall’ascolto, avere una ritmica che facesse da ‘collante’ la quale si è perfettamente coesa con la spontanea alchimia creatasi nel disco. La ritmica è indubbiamente una delle mie preferite collaborazioni. Paolo Benedettini e Alessandro Minetto mettono in risalto gli elementi che io ritengo più importanti ossia lo swing, l’approccio energico del timing, la rilassatezza formale il tutto condito da un’ opportuna interazione permeata da disinvoltura e discrezione.

Intervista a cura di Gianluca Cardellicchio

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Guido Di Leone Web Site:
www.guidodileone.com

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